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Fisco: per la Cassazione il professionista puo’ lavorare gratis per amici e parenti


Cassazione Civile, sez. V, sentenza 28/10/2015 n° 21972

Ritenuto in fatto

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, nei confronti di D.A. (che non resiste), avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Campania n. 92/29/2008, depositata in data 7/05/2008, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento relativo ad IVA, IRPEF ed IRAP dovute per l’anno di imposta 2001, in relazione all’attività professionale di consulente, a seguito di contestazione di compensi (a “72 clienti”) non registrati e fatturati – è stata riformata la decisione di primo grado, che aveva respinto il ricorso del contribuente.

In particolare, i giudici d’appello hanno sostenuto che, a fronte “di una corretta contabilità tenuta dal contribuente…congrua e coerente”, è giustificata “l’asserita gratuità dell’opera svolta in favore dei 71 soggetti, peraltro indicati dallo stesso contribuente, in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi”, nonché del fatto che “il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello già corrisposto dalla società di appartenenza” e della accertata circostanza che l’attività svolta in loro favore riguardava soltanto l’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era finalizzata “all’incremento della clientela”.

Si dà atto che il Collegio ha disposto la redazione della sentenza con motivazione semplificata.

Considerato in diritto

1. L’Agenzia delle Entrate ricorrente lamenta: 1) con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art.360 n. 3 c.p.c., dell’art. 53 D.lgs. 546/1992, non avendo i giudici della C.T.R. rilevato l’inammissibilità dell’appello del contribuente per sua assoluta genericità; 2) con il secondo motivo, ex art. 360 n. 5 c.p.c., l’insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, costituito dalla gratuità delle prestazioni professionali risultate non registrate e fatturate; 3) con il terzo motivo, la contraddittorietà della motivazione, ex art. 360 n. 5 c.p.c., in ordine ad un punto decisivo della controversia rappresentato dalla ritenuta non fatturabilità della prestazione professionale consistente nell’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi per 42 clienti; 4) infine, con il quarto motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 n. 3 c.p.c., dell’art. 2697 c.c., avendo i giudici della C.T.R. ritenuto che il compenso dovuto per le prestazioni professionali rese a favore di singoli soggetti soci di società di persone rientri in quello corrisposto dalle società stesse, pur in mancanza di alcun riscontro probatorio di tale circostanza.

2. La prima censura è infondata.

Questa Corte ha già precisato (Cass. 14908/2014; Cass. 3064/2012; Cass. 14031/2006) che la specificità dei motivi di appello (finalizzata ad evitare un ricorso generalizzato e poco meditato al giudice di seconda istanza) esige che, alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, vengano contrapposte quelle dell’appellante, ragion per cui alla parte volitiva deve sempre accompagnarsi una parte argomentativa, che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, ma “tale esigenza, tuttavia, non può impedire che il dissenso della parte soccombente investa la decisione impugnata nella sua interezza e che esso si sostanzi proprio in quelle argomentazioni che suffragavano la domanda disattesa dal primo giudice, essendo innegabile che in tal caso, sottoponendo al giudice d’appello dette argomentazioni – perché ritenute giuste e idonee al conseguimento della pretesa fatta valere -, si adempia pienamente all’onere di specificità dei motivi”.

Ciò ricorre nel caso in esame, nel quale il contribuente (verificato dal Collegio il contenuto del fascicolo d’ufficio del merito, acquisito), attraverso la riproposizione degli argomenti addotti a sostegno delle domande rigettate in primo grado, ha inteso contestare le varie decisioni impugnate nella loro interezza.

3. I motivi secondo, terzo e quarto, da trattare unitariamente, sono infondati.

Invero, l’Amministrazione finanziaria reitera la contestazione circa l’inverosimiglianza dell’assunto difensivo opposto dal contribuente, inerente alla gratuità delle prestazioni offerte a 72 o 71 soggetti, considerati l’enorme numero dei suddetti soggetti, il fatto che si trattasse di “imprese o professionisti, con i quali vi era una continuità di rapporti” e per alcuni dei quali i compensi erano stati “regolarmente fatturati, invece, nel precedente anno d’imposta 2001”, nonché il fatto che l’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi, in favore di alcuni di detti soggetti (“49 su 71”), potesse considerarsi prestazione non fatturabile e che fosse stato dimostrato il pagamento dei compensi da parte delle società di persone (di cui erano soci alcuni clienti del contribuente).

La C.T.R. ritiene, tuttavia, con motivazione congrua e non contraddittoria, plausibile, a fronte delle mere supposizioni dell’Ufficio erariale, la gratuità dell’opera svolta dal professionista, in considerazione “dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi” clienti, nonché del fatto che “il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello già corrisposto dalla società di appartenenza” (e non è contestato che dette società fossero clienti del professionista e che le stesse non rientrassero nell’elenco, individuato dai verificatori, dei soggetti “non paganti”) e della circostanza, accertata oltre che pacifica, che l’attività svolta in loro favore riguardava soltanto l’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era finalizzata ” all’incremento della clientela”, cosicché la semplicità della prestazione in sé rende verosimile l’assunto del contribuente circa la sua gratuità. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere respinto.

Non v’è luogo a provvedere in ordine alle spese processuali, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

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Cassazione: e’ danno da vacanza rovinata se le foto del depliant travisano la realta’


Corte di Cassazione, sentenza n. 1033 del 17 Gennaio 2013
In tema di tutela del consumatore – turista, al di là della pura applicazione della normativa contenuta nel recente Codice del Turismo (decreto legislativo 23 Maggio 2011, n. 79), la Corte di Cassazione Civile ha generato un importante precedente in merito alle modalità di riproduzione fotografica delle mete di vacanza prospettate al cliente tramite cataloghi, locandine, supporti cartacei e digitali in genere.

Nel caso di specie l’acquirente di un pacchetto vacanze “all inclusive” sottoscritto presso un’agenzia di viaggi, verificata la non conformità d’aspetto del luogo di villeggiatura rispetto alle immagini allo stesso sottoposte al fine di concludere l’affare, ha citato agenzia e tour operator al fine di ottenere il pieno ristoro del danno subito.

da: Studio Cataldi

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Cassazione penale: annunci web e reato di favoreggiamento della prostituzione per il webmaster


Mentre la mera pubblicazione di annunci su siti web (o stampa cartacea), non accompagnata da ulteriori interventi, e’ lecita, al contrario integra il reato di favoreggiamento della prostituzione la condotta di partecipazione attiva del titolare del sito, direttamente o tramite suoi collaboratori, alla predisposizione del messaggio pubblicitario, al fine di rendere piu’ allettante l’offerta della prestazione sessuale e di facilitare l’approccio con un maggior numero di clienti.
(Cassazione penale, sentenza 20/12/2012, n. 49461)

Non integra invece il reato di favoreggiamento della prostituzione la condotta di chi pubblica sul sito web gli annunci di donne che si offrono per incontri sessuali, senza porre in essere nessuna cooperazione, ma limitandosi a ricevere l’annuncio. (Cassazione penale , sez. III, sentenza 03.02.2012 n° 4443)

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La Cassazione conferma la condanna di 5 anni di reclusione per Fabrizio Corona


fabrizio-corona La Seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna a cinque anni di reclusione e mille euro di multa nei confronti di Fabrizio Corona  per estorsione aggravata e trattamento illecito di dati personali, dopo aver preteso dal calciatore David Trezeguet 25 mila euro per non pubblicare delle foto che lo ritraevano. La procura generale di Torino ha quindi disposto l’ordine di arresto per “il paparazzo dei Vip”. Il provvedimento è stato firmato oggi dal P.G. Vittorio Corsi. Il Corona da ottobre è in affidamento in prova ai servizi sociali per scontare un precedente cumulo di pene definitive per un totale di due anni e otto mesi. E’ attivamente ricercato dalla polizia di Milano che ne ha perso le tracce da quando, oggi, si è infilato in una palestra in corso Como.

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La Cassazione ritiene non punibile la coltivazione una sola piantina di marijuana (dal basso THC)


ROMA – La Cassazione ha stabilito che la coltivazione di una sola pianta di marijuana “non è idonea a porre in pericolo il bene della salute pubblica o della sicurezza pubblica”. Il pronunciamento della Suprema Corte è arrivato in seguito al ricorso del procuratore generale della Corte di Appello di Catanzaro che aveva protestato per l’assoluzione di un ragazzo di 23 anni sorpreso con una piantina di cannabis sul balcone della sua abitazione a Scalea, in provincia di Cosenza.
Proprio per il fatto che si trattava di una sola piantina, quindi chiamando in causa la “modestia dell’attività posta in essere emerge da circostanze oggettive di fatto, come in questo caso la coltivazione di una piantina in un piccolo vaso sul terrazzo di casa con un modestissimo principio attivo di mg 16, il comportamento dell’imputato deve essere ritenuto del tutto inoffensivo e non punibile anche in presenza di specifiche norme di segno contrario”. In altre parole i supremi giudici – in base alla sentenza 25674 – hanno chiamato in causa l’assenza di pericolosità del gesto, che è quindi da non sanzionare penalmente, come invece specificherebbe il legislatore in caso di coltivazione di sostanze stupefacenti.
Una decisione senza precedenti, una vera e propria svolta storica che creerà un importante precedente nella giurisprudenza e che, sicuramente, accenderà un focolaio di polemiche non da meno.
http://www.leggo.it/news/social/cassazione…ie/196624.shtml

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Cassazione: non c`è concorso di colpa del motociclista che non ha conseguito la patente A


La terza sezione civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6071/2012 ha stabilito che il solo fatto che un motociclista in possesso della sola patente B si sia trovato alla guida di una moto di grossa cilindrata con un passeggero a bordo non si puo’ considerare una circostanza tale da comportare una valutazione sotto il profilo del concorso di colpa.

L’età del conducente e il mancato conseguimento della “patente A” non sono circostanze che influiscono direttamente nella causale dell’incidente.

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Non è reato attaccare una foto porno della ex sul pianerottolo


Corte di cassazione – Sezione V penale – Sentenza 26 gennaio n. 3221

La Corte di Cassazione, con sentenza 3221/2012, ha assolto dal reato di diffamazione e violenza privata un uomo sulla sessantina, residente a Chiavari in Liguria, che per ripicca verso la ex moglie aveva affisso una foto di lei intenta a compiere un atto sessuale sulla porta di casa della sorella.
Infatti, spiegano i giudici della Suprema Corte, “la diffamazione è reato di evento che si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa”.

Dato che nel caso in questione a mancare sarebbe proprio la prova che la fotocopia della fotografia sia stata effettivamente vista da altre persone, il reato non sussiste. Infatti, “non può ritenersi essere esistente il requisito della comunicazione del fatto ingiurioso a più persone, che ne abbiano avuto effettiva conoscenza”. [GD Giuris.Lex 24 del 26-01-2012 – PENALE]

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