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Come aprire il proprio studio legale col finanziamento della Cassa Forense?

La Cassa Forense anticipa fino a 15mila euro agli avvocati under 35 per aprire il proprio studio legale

L’importo – che non è a fondo perduto e dovrà essere rimborsato ratealmente in 5 anni – parte da 5 mila fino a 15 mila euro complessivi e viene stanziato dalla Cassa Forense a sostegno degli avvocati under 35 per le spese di avviamento dello studio legale.

come aprire uno studio legaleRequisiti – Per essere ammesso al finanziamento il richiedente deve:

1) essere in regola con le comunicazioni reddituali alla Cassa Forense;
2) aver dichiarato, nell’ultimo Modello 5, un reddito professionale inferiore a € 40.000;
3) non aver ancora compiuto 35 anni alla data di presentazione dell’istanza;
4) aver maturato un’anzianità di iscrizione minima, alla Cassa, di 2 anni, compreso l’eventuale periodo di praticantato

La richiesta di prestito deve essere inoltrata esclusivamente on-line tramite l’apposito accesso riservato presente sul sito della Cassa Forense. C’e’ tempo fino al 31 ottobre per presentare la domanda per l’annualità 2017

Discussioni e sondaggio sul forum avvocati

[fonti: cassaforense.itnewslegali.it ]

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Corte Europea Diritti dell’Uomo: il webmaster-blogger non è responsabile dei commenti offensivi pubblicati da terzi

La Corte Europea Diritti dell’Uomo ha stabilito che il gestore di un sito-blog non puo’ essere considerato responsabile dei commenti offensivi pubblicati da terzi, ma lo può divenire se non provvede alla loro rimozione una volta arrivati alla sua attenzione

Nullum crimen, nulla poena sine culpa. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza n. 74742/14 del 9 marzo 2017 si è pronunciata sulla responsabilità del gestore di un blog assolto nel caso di commenti offensivi pubblicati da terzi. La Corte, con voto unanime, ha respinto il ricorso sostenendo che i giudici avessero giustamente bilanciato il diritto al rispetto della vita privata (art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) con quello alla libertà di espressione (art. 10 della Convenzione) ribadendo il principio che non si puo’ incolpare il blogger dei commenti offesivi postati da terzi, almeno non per principio di responsabilità oggettiva.
Tantomeno in questo caso nel quale – a seguito delle rimostranze ricevute – il commento era stato cancellato con scuse a seguito di comunicazione e dopo un solo giorno.
La CEDU sottolineava anche la presenza di un disclaimer che spiegava che i commenti non erano moderati nè sottoposti ad alcun controllo prima della pubblicazione e che quindi i commentatori assumevano piena responsabilità per le proprie dichiarazioni.
In ragione di cio’ si è scelto di non incolpare il webmaster-blogger invece dell’autore anonimo del commento diffamatorio

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Decreto milleproroghe; novità per i patrocinanti in Cassazione

Milleproroghe. Prorogato di 1 anno il termine per maturare i requisiti di iscrizione all’albo dei cassazionisti

Con l’approvazione del decreto c.d. Milleproroghe alla Camera si è prorogato di 1 anno il termine per maturare i requisiti di iscrizione all’albo dei patrocinanti in Cassazione previsto dalla norma transitoria della legge professionale (legge n. 247 del 2012).

Siti web per avvocati e studi legali Ora è quindi consentita l’iscrizione all’albo speciale agli avvocati che maturino i requisiti previsti prima della riforma entro 5 anni (invece degli attuali 4 anni) dall’entrata in vigore della legge n. 247 del 2012, e quindi entro il 2 febbraio 2018.

 

 

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Aspiranti avvocati: prorogato il regime transitorio dell’esame per avvocato

Festeggiano i praticanti avvocati: con l’approvazione della Milleproroghe la proroga del regime transitorio è ufficiale e l’esame per avvocato si svolgerà ancora secondo le norme previgenti.

proroga esame avvocato
Con l’approvazione degli emendamenti al Decreto Milleproroghe, e’ stato finalmente prorogato – tra le altre cose – il regime transitorio della riforma all’esame per avvocato.
Pertanto i candidati avranno ancora la facoltà, almeno per un anno, di utilizzare i codici annotati con la giurisprudenza in sede d’esame e rimarranno le 5 materie orali, in attesa della futura entrata in vigore della riforma forense (legge 31 dicembre 2012, n. 247).

Dopo la votazione alla camera l’articolo 49 viene quindi cosi’ riformulato:

Art. 49. (Disciplina transitoria per l’esame) 1. Per i primi cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato si effettua, sia per quanto riguarda le prove scritte e le prove orali, sia per quanto riguarda le modalità di esame, secondo le norme previgenti.

 

mediaconciliazione obbligatoria per le controversie civili e commerciali fra cittadini - che però riguarda unicamente i diritti disponibili - arriva la mediazione per le liti fiscali

Tratto da:

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Cassazione: non e’ punibile la coltivazione casalinga una sola pianta di marijuana o canapa indiana

Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 26/09/2016 n. 40030

Il pronunciamento della VI Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 40030 del 26 settembre 2016,  afferma – dopo altri noti precedenti nello stesso senso – che la coltivazione di una sola pianta di marijuana o canapa non costituisce reato in quanto tale produzione non costituisce pericolo per la salute pubblica.

cassazione-cannabis_marijuanaROMA – Ancora una volta arriva un pronunciamento della Corte di Cassazione a ribadire che la coltivazione di una sola pianta di canapa o marijuana “non è idonea a porre in pericolo il bene della salute pubblica o della sicurezza pubblica” e non e’ quindi da sanzionare penalmente, come invece specificherebbe il legislatore in caso di coltivazione di sostanze stupefacenti.

Si specifica poi che “Resta escluso che rilevi ai fini della offensività della condotta e della correlata punibilità il solo dato quantitativo di principio attivo ricavabile dalle singole piante, dovendosi valutare anche l’estensione e il livello di strutturazione della coltivazione, al fine di verificare se da essa possa derivare o meno una produzione potenzialmente idonea ad incrementare il mercato”.

Nel caso in cui si tratti della coltivazione di una piccola pianta di marijuana o canapa in un vaso sul terrazzo di casa, quindi chiamando in causa la modestia dell’attività posta in essere, si esclude che possa derivare quell’aumento nella disponibilità della sostanza stupefacente e quel pericolo di ulteriore diffusione

che integrano l’offensività e la punibilità della condotta, che quindi non e’ punibile anche in presenza di specifiche norme di segno contrario.

sentenza-cassazione-cannabis_marijuana La coltivazione di una sola pianta di canapa o marijuana non costituisce reato in quanto tale produzione non costituisce pericolo per la salute pubblica

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Magistratura. Concorso per titoli per 202 posti di giudice tributario presso le Commissioni Tributarie regionali e provinciali

CONSIGLIO DI PRESIDENZA DELLA GIUSTIZIA TRIBUTARIA

BANDO DI CONCORSO MAGISTRATURA

Concorso pubblico, per titoli, per la copertura dei posti vacanti di giudice presso le Commissioni tributarie regionali e provinciali. (Bando n. 6/2016).

(Gazzetta Ufficiale 4a Serie Speciale – Concorsi ed Esami n.62 del 5-8-2016)

concorso giudici tributariIndetto concorso per titoli per 84 posti di giudice tributario presso le Commissioni Tributarie regionali e per 118 posti di giudice tributario presso le
Commissioni Tributarie provinciali.
Gli aspiranti devono presentare la domanda al concorso
compilando il modulo completo della dichiarazione sostitutiva di
certificazione e di atto notorio che verra’ pubblicato sul sito
internet del Consiglio nella sezione «Pubblicita’ Legale» e nella
sezione «Concorsi» entro la data del 12 settembre 2016.

2. Nella domanda occorre dichiarare

a) il cognome, il nome, il luogo e la data di nascita,;
b) il possesso della cittadinanza italiana;
c) il comune di residenza;
d) il godimento dei diritti politici;
e) le eventuali condanne penali e i procedimenti penali pendenti in Italia o all’estero;
f) il titolo di studio di cui e’ in possesso, specificando
presso quale universita’ e’ stato conseguito e precisando la data del conseguimento;
g) i servizi e/o le attivita’ eventualmente prestati e
valutabili in base alla Tabella «E» vigente al 12 settembre 2016, che
sara’ pubblicata nel sito internet del Consiglio unitamente al modulo
di domanda;
h) ogni altro elemento utile ai fini della valutazione dei
titoli di preferenza.
3. I titoli di cui al precedente comma 2 devono essere posseduti
entro il termine di scadenza per la presentazione della domanda di
ammissione al concorso.
4. I candidati dovranno indicare con la massima precisione, la
data di ogni periodo di attivita’ professionale o di servizio nelle Pubbliche Amministrazioni svolto con funzioni diverse. Per il servizio in corso si indichera’ come data finale quella della scadenza del termine fissato per la presentazione delle domande.

Ai sensi dell’art. 4 d.lgs. n. 545/1992 i soggetti che possono concorrere ai posti di giudici di commissioni tributarie provinciali sono:

  • magistrati ordinari, amministrativi, militari e contabili, in servizio o a riposo, e avvocati e procuratori dello Stato a riposo;
  • dipendenti civili dello Stato o di altre amministrazioni pubbliche in servizio o a riposo che hanno prestato servizio per almeno dieci anni, di cui almeno due in una qualifica alla quale si accede con la laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o altra equipollente;
  • ufficiali della Guardia di finanza cessati dalla posizione di servizio permanente effettivo prestato per almeno dieci anni;
  • gli iscritti negli albi dei ragionieri e dei periti commerciali che hanno esercitato per almeno dieci anni le rispettive professioni;
  • coloro che, in possesso del titolo di studio ed in qualità di ragionieri o periti commerciali, hanno svolto per almeno dieci anni, alle dipendenze di terzi, attività nelle materie tributarie ed amministrativo-contabili;
  • gli iscritti nel ruolo o nel registro dei revisori ufficiali dei conti o dei revisori contabili, che hanno svolto almeno cinque anni di attività;
  • coloro che hanno conseguito l’abilitazione all’insegnamento in materie giuridiche, economiche o tecnico-ragionieristiche ed esercitato per almeno cinque anni attività di insegnamento; h) gli appartenenti alle categorie indicate nell’articolo 5;
  • coloro che hanno conseguito da almeno due anni il diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio;
  • gli iscritti negli albi degli ingegneri, degli architetti, dei geometri, dei periti edili, dei periti industriali, dei dottori agronomi, degli agrotecnici e dei periti agrari che hanno esercitato per almeno dieci anni le rispettive professioni.

Ai sensi dell’art. 5 d.lgs. n. 545/1992 i soggetti che possono concorrere ai posti di giudici di commissioni tributarie regionali sono:

  • magistrati ordinari, amministrativi, militari e contabili, in servizio o a riposo e gli avvocati e procuratori dello Stato, a riposo;
  • docenti di ruolo universitari o delle scuole secondarie di secondo grado ed i ricercatori in materie giuridiche, economiche e tecnico-ragionieristiche, in servizio o a riposo;
  • dipendenti civili dello Stato o di altre amministrazioni pubbliche, in servizio o a riposo, in possesso di laurea in giurisprudenza o economia e commercio o altra equipollente, che hanno prestato servizio per almeno dieci anni in qualifiche per le quali è richiesta una di tali lauree;
  • ufficiali superiori o generali della Guardia di finanza cessati dalla posizione di servizio permanente effettivo;
  • ispettori del Servizio centrale degli ispettori tributari cessati dall’incarico dopo almeno sette anni di servizio;
  • notai e coloro che sono iscritti negli albi professionali degli avvocati e procuratori o dei dottori commercialisti ed hanno esercitato per almeno dieci anni le rispettive professioni;
  • coloro che sono stati iscritti negli albi professionali indicati al punto precedente o dei ragionieri e dei periti commerciali ed hanno esercitato attività di amministratori, sindaci, dirigenti in società di capitali o di revisori di conti.

Le domande di partecipazione al concorso devono essere
inoltrate alla Segreteria del Consiglio di Presidenza della Giustizia
tributaria, dal 15 settembre 2016 al 30 ottobre 2016, con posta
elettronica certificata personale, a: UfficioSegreteriaCPGT@pce.finanze.it o a mezzo
raccomandata A/R al seguente indirizzo: via
Solferino n. 15, c.a.p. 00185 – Roma.
Ai fini della decorrenza dei termini per le eventuali
impugnative ai sensi dell’art. 32 della legge 18 giugno 2009, n. 69, ogni graduatoria sara’ pubblicata sul sito «www.giustizia-tributaria.it», sezione «Pubblicita’ legale» e «Concorsi», nonche’ presso gli Uffici di segreteria della Commissione tributaria interessata e del Consiglio di Presidenza della Giustizia
tributaria.

Leggi per esteso su ConcorsoMagistrato.it

 

[News Legali 02-08-2016 ]

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Cassazione: il bacio sulla guancia senza consenso e’ tentata violenza sessuale

Attenti ai baci sulla guancia senza autorizzazione esplicita, il rischio e’ l’incriminazione per tentata violenza sessuale.

Cassazione penale, sez. III, sentenza 07/04/2016 n° 13940

Con la sentenza n. 13940 la Suprema Corte ha infatti stabilito che il bacio sulla guancia senza consenso e’ violenza sessuale. La pena è ridotta per la minor gravità del delitto “tentato”

Nell’ambito di un processo per stalking, un uomo aveva azzardato un bacio sulla guancia non gradito alla donna di cui era infatuato e ne aveva tentato un secondo; La Corte di Cassazione, III sezione penale, con la sentenza n. 13940/2016  – valutata anche la condotta generale ed altri atti persecutori di “stalking” da parte del reo –  ha considerato i tentativi di baci sulla guancia come “atti sessuali” e ha confermato la condanna per l’imputato, riducendo la pena per la minor gravità del delitto “tentato”.

In assenza di testimoni, la Cassazione – dopo un’attenta valutazione – ha considerato sufficienti le dichiarazioni della persona offesa.

 

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 21-01-2016) 07-04-2016, n. 13940

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. RAMACCI Luca – Presidente –
Dott. SOCCI Angelo Matteo – Consigliere –
Dott. ACETO Aldo – rel. Consigliere –
Dott. LIBERATI Giovanni – Consigliere –
Dott. MENGONI Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.M., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 14/3/2014 della Corte d’appello di Roma;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Giovanni Liberati;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr.ssa MARINELLI Felicetta, che ha
concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso;
udito per l’imputato l’avv. Pietro Martino, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 14 marzo 2014 la Corte d’appello di Roma, provvedendo sulla impugnazione proposta
da S.M. nei confronti della sentenza del 16 luglio 2013 del Tribunale di Roma, che lo aveva condannato alla
pena di anni tre di reclusione per i reati di cui all’art. 612 bis c.p., comma 1, (per avere compiuto atti
persecutori in danno di B.D. tali da ingenerare un perdurante stato di ansia e di paura per la sua incolumità
e da comportare una alterazione delle sue usuali abitudini di vita) e di cui agli artt. 56 e 609 bis c.p. (per
avere costretto la medesima B.D. a subire atti sessuali, consistiti in un bacio sulla guancia, e tentando di
compierli in una seconda occasione), ha qualificato entrambi gli episodi di violenza sessuale come tentati ed
ha ritenuto sussistente l’ipotesi attenuata di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3, rideterminando
conseguentemente la pena in anni uno e mesi nove di reclusione.
La Corte territoriale, nel disattendere le censure dell’appellante, ha respinto l’eccezione di nullità del decreto
di citazione a giudizio, ritenuto indeterminato dall’imputato, evidenziando la sufficiente descrizione delle
condotte globalmente ascritte all’imputato, in guisa tale da escludere qualsiasi pregiudizio ai suoi diritti
difensivi. Dopo aver disatteso anche la censura relativa alla insussistenza del reato di cui all’art. 612 bis
c.p., in ragione della sistematicità delle condotte dell’imputato e della loro incidenza sulle abitudini della
parte offesa, determinanti anche l’insorgere di un perdurante e grave stato d’ansia, la Corte d’appello ha
ricondotto alla ipotesi tentata anche il primo episodio di violenza sessuale, allorquando l’imputato era
riuscito a dare alla parte offesa un bacio sulla guancia prima che la stessa si divincolasse, per non avere la
condotta dell’imputato interessato una zona erogena.
La Corte d’appello, applicando la diminuente di cui all’art. 609 bis c.p., u.c. e confermando il giudizio di
equivalenza tra le attenuanti generiche e la recidiva, ha rideterminato la pena finale in anni uno e mesi nove
di reclusione.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato mediante il suo difensore, affidato a sette motivi,
così riassunti entro i limiti previsti dall’art. 173 disp. att. c.p.p..
2.1. Con il primo ed il secondo motivo ha denunciato violazione di legge penale in relazione all’art. 612 bis
c.p. e vizio di motivazione, per la mancanza di motivazione in ordine al ritenuto cambiamento di abitudini
della vittima, che aveva mostrato di saper resistere alle richieste dell’imputato, di cui, comunque, non era
stata accertata l’offensività della condotta.
2.2. Con il terzo motivo ha dedotto vizio di motivazione, per la contraddittorietà della stessa e per l’omessa
considerazione delle deposizioni dei testi della difesa, in ragione dell’acritico richiamo della sentenza di
primo grado (anche grafico, mediante inserimento di copia fotostatica di parti della sentenza del Tribunale
all’interno della motivazione della sentenza di appello) e delle diverse conclusioni in ordine alla
consumazione del primo episodio di violenza sessuale cui era pervenuta la Corte d’appello.
2.3. Con il quarto motivo ha denunciato violazione di legge processuale, in relazione all’art. 191 c.p.p., per
l’inutilizzabilità di prove illegittimamente acquisite, mediante perquisizioni e sequestri dichiarati nulli con
ordinanza del Tribunale di Roma del 17/9/2012.
2.4. Con il quinto, sesto e settimo motivo ha denunciato violazione di legge processuale, per la violazione
del divieto di reformatio in peius, mancanza di motivazione in ordine al giudizio di comparazione tra le
circostanze attenuanti generiche e la recidiva ed alla misura della pena, nonchè in ordine alla mancata
concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, perchè la Corte d’appello, dopo aver
riqualificato l’episodio del 21 marzo 2012 di cui al capo b) come delitto tentato e valutato più grave ai fine
della determinazione della pena tale reato, ha applicato un aumento per la continuazione con il capo a) di
mesi sei, superiore a quello applicato dal primo giudice.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.
1. I primi tre motivi, mediante i quali sono state denunciate violazione di legge e vizio di motivazione, in
ordine alla sussistenza del reato di cui all’art. 612 bis c.p. ed alla valutazione delle dichiarazioni dei
testimoni della difesa e della attendibilità della parte offesa, risultano inammissibili a causa della loro
genericità.
Giova ribadire che, secondo la uniforme e costante interpretazione della giurisprudenza di legittimità, i
motivi di ricorso per cassazione devono ritenersi generici non solo quando risultano intrinsecamente
indeterminati, ma altresì quando difettino della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento
del provvedimento impugnato (Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013 Rv. 255568), cosicchè è inammissibile il
ricorso per cassazione quando manchi l’indicazione della correlazione tra le ragioni argomentate dalla
decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’atto d’impugnazione, che non può ignorare le
affermazioni del provvedimento censurato (cfr., ex plurimis, Sez. 2, n. 19951 del 15/05/2008 Rv. 240109).
Ai fini della validità del ricorso per cassazione non è, perciò, sufficiente che il ricorso consenta di individuare
le statuizioni concretamente impugnate e i limiti dell’impugnazione, ma è altresì necessario che le ragioni
sulle quali esso si fonda siano esposte con sufficiente grado di specificità e che siano correlate con la
motivazione della sentenza impugnata; con la conseguenza che se, da un lato, il grado di specificità dei
motivi non può essere stabilito in via generale ed assoluta, dall’altro, esso esige pur sempre – a pena di
inammissibilità del ricorso – che alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata vengano contrapposte
quelle del ricorrente, volte ad incrinare il fondamento logico- giuridico delle prime. E’ quindi onere del
ricorrente, nel chiedere l’annullamento del provvedimento impugnato, prendere in considerazione gli
argomenti svolti dal giudice di merito e sottoporli a critica, nei limiti – s’intende – delle censure di legittimità.
Nel caso di specie la Corte territoriale, dopo aver condiviso con il primo giudice la valutazione di piena
attendibilità della parte offesa, ha ribadito le ragioni poste a fondamento della affermazione di responsabilità
dell’imputato in relazione al reato di atti persecutori (art. 612 bis c.p.), evidenziando l’ossessivo
corteggiamento della parte offesa, protrattosi per mesi e divenuto via via sempre più aggressivo e
minaccioso (anche a seguito delle denunce e querele presentate dalla parte offesa), in guisa tale da
provocare nella vittima un perdurante e grave stato d’ansia (dalla sentenza di primo grado, richiamata in
quella d’appello, risulta che la B. aveva dichiarato di aver iniziato ad aver paura di ogni estraneo, di cercare
di non stare mai da sola e di avere avuto incubi notturni), costringendola anche ad alterare
significativamente le sue abitudini (non potendo più viaggiare in autobus ed avendo dovuto abbandonare
per un periodo il social network Facebook).
A fronte di tali considerazioni l’imputato si è limitato, omettendo qualsiasi confronto critico con gli argomenti
posti a fondamento della affermazione della sua responsabilità, a ribadire, genericamente, la mancanza
degli elementi costitutivi del reato ed il mancato accertamento della modificazione delle abitudini di vita
della vittima e l’assenza nella stessa di uno stato d’ansia o di agitazione, che sarebbe comunque
incompatibile con il controllo dalla stessa mantenuto in occasione degli approcci dell’imputato e nell’avergli
inizialmente fornito un falso nome ed un falso indirizzo di posta elettronica, ed anche con l’aver richiesto la
presenza dissuasiva del padre sull’autobus proprio allo scopo di controllare e dissuadere l’imputato.
Il rilievo da parte dei giudici di merito dello stato d’ansia e di agitazione della parte offesa, quale
conseguenza delle condotte dell’imputato, non è incompatibile con le resistenze della stessa alle insistenze
ed ai comportamenti invasivi dell’imputato, e dunque non determina la prospettata illogicità e
contraddittorietà della motivazione (ravvisabili quando i giudici di merito non abbiano esaminato tutti gli
elementi a loro disposizione, non abbiano dato esauriente risposta alle deduzioni delle parti e,
nell’interpretazione degli elementi a loro disposizione, non abbiano esattamente applicato le regole della
logica, le massime di comune esperienza e i criteri legali, in modo da fornire la giustificazione razionale della
scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre, ovvero abbiano ignorato un atto probatorio quando
esistente, o lo abbiano affermato quando mancante), avendo la Corte d’appello spiegato logicamente con
l’età, la cortesia e l’educazione della parte offesa il fatto che la stessa non si sia sottratta alle conversazioni
ed agli sfoghi a bordo di mezzi pubblici da parte dell’imputato e che, proprio per impedire ulteriori sviluppi
di tali approcci, abbia fornito dati e recapiti non veri, evidenziando anche come proprio il fatto che la stessa
si sia fatta accompagnare sull’autobus dal padre costituisca indice della esasperazione che si era
determinata nella giovane e nella sua famiglia in conseguenza delle condotte dell’imputato. Tali rilievi non
risultano affatto illogici o contraddittori nel senso anzidetto, essendo del tutto compatibili con l’età della
vittima e con la situazione di disagio immediatamente venutasi a creare a seguito degli approcci
dell’imputato, e dunque non determinano alcun vizio della motivazione, essendo del tutto compatibili con il
rilevato stato d’ansia e agitazione della vittima.
La Corte d’appello ha poi esaminato, considerandole irrilevanti, le deposizioni rese dai testimoni indicati
dalla difesa, alla luce dell’univoco quadro probatorio a carico dell’imputato e della irrilevanza della normalità
dei comportamenti dell’imputato in altre occasioni, con motivazione che, dunque, sfugge alle censure di
insufficienza formulate dal ricorrente.

2. Il quarto motivo di ricorso, mediante il quale è stata denunciata violazione di norme processuali, per
l’utilizzo di prove illegittimamente acquisite, a seguito della dichiarazione di nullità del decreto di
perquisizione e sequestro, risulta inammissibile, perchè il ricorrente non ha illustrato l’incidenza della
eliminazione dell’elemento a carico acquisito illegittimamente (nella specie un computer, due modem,
quattro chiavette USB, un telefono sottoposti a sequestro all’esito della perquisizione eseguita nella sua
abitazione) sul complesso dell’apparato argomentativo posto a fondamento della affermazione della sua
responsabilità (fondato, prevalentemente, sulle dichiarazioni della parte offesa e degli altri testimoni indicati
dal Pubblico Ministero).
Ed invero quando, come nel caso in esame, con il ricorso per cassazione si lamenti l’inutilizzabilità di un
elemento a carico, il motivo di impugnazione deve illustrare l’incidenza dell’eventuale eliminazione del
predetto elemento ai fini della cosiddetta “prova di resistenza”, in quanto gli elementi di prova acquisiti
illegittimamente diventano irrilevanti ed ininfluenti se, nonostante la loro espunzione, le residue risultanze
risultino, come nel caso in esame, sufficienti a giustificare l’identico convincimento (Sez. 3, n. 3207 del
02/10/2014, Calabrese, Rv. 262011; Sez. 4, n. 24455 del 22/04/2015, Plataroti, Rv. 263731). Nella specie i
giudici di merito hanno fondato l’affermazione di responsabilità dell’imputato per entrambi i reati contestati
sulle dichiarazioni della parte offesa e su quelle, convergenti, degli altri testimoni, tra cui il padre della
vittima, una zia della stessa, un cugino e vari altri soggetti che avevano avuto modo di notare sia i
comportamenti dell’imputato sia le reazioni della parte offesa, ed il ricorrente non ha indicato quale
potrebbe essere l’incidenza su tale apparato argomentativo della eliminazione del materiale indebitamente
sequestrato, con la conseguente inammissibilità della censura.

3. Infondati risultano il quinto, il sesto ed il settimo motivo di ricorso, mediante i quali sono state sollevate
censure in ordine al trattamento sanzionatorio disposto dalla Corte d’appello.
3.1. Per quanto riguarda la censura di violazione di legge, per l’applicazione (a seguito della qualificazione
del fatto di cui al capo B come reato tentato e della considerazione di tale reato come più grave) di aumenti
per la continuazione superiori a quelli applicati dal Tribunale, deve rilevarsi che ciò non implica violazione di
legge nè illogicità della motivazione, in quanto la riqualificazione del fatto determina il riacquisto della sua
autonomia sanzionatoria, e quindi la relativa pena può autonomamente essere rideterminata senza alcun
vincolo con l’aumento di pena in precedenza applicato, senza che possa dirsi violato il principio di legalità (in
termini Sez. 5, Sentenza n. 12233 del 24/02/2004, Orlando, Rv. 228762).
3.2. La censura relativa alla determinazione della pena risulta del tutto generica, non essendo stata
considerata in alcun modo la motivazione al riguardo della Corte d’appello, che ha dato atto della elevata
intensità del dolo, della pericolosità specifica dell’imputato desunta da una precedente condanna per il reato
di cui all’art. 609 bis c.p., u.c., e dal protrarsi delle condotte persecutorie anche successivamente
all’intervento della polizia giudiziaria, con motivazione che risulta del tutto adeguata e con la quale il
ricorrente ha omesso qualsiasi confronto, tantomeno critico.
3.3. Per quanto riguarda l’omessa concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena,
oggetto del settimo motivo di ricorso, deve rilevarsi che la Corte d’appello ha dato atto della esatta
corrispondenza tra la pena come rideterminata all’esito della impugnazione (in anni uno e mesi nove di
reclusione) e la custodia cautelare sofferta dall’imputato, dichiarando di conseguenza la perdita di efficacia
della custodia cautelare ed ordinando l’immediata liberazione dell’imputato.
In tale situazione di fatto non sussistevano i presupposti per disporre la sospensione condizionale della
pena, in quanto costituisce principio più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità quello secondo
cui deve ritenersi illegittima la decisione con cui il giudice di merito disponga la sospensione condizionale di
una pena detentiva completamente espiata, in quanto detto beneficio ha come presupposto che la pena
inflitta debba essere, in tutto o in parte, da espiare, presupposto senza il quale non può svolgere la funzione
assegnatagli dall’ordinamento (Sez. 5, n. 2787 del 22/10/2014, Pinelli, Rv. 262582; conf. Sez. 5, n. 23240
del 21/04/2011, Marinerò, Rv. 250463; Sez. 4, n. 3619 del 26/02/1993, Giordano, Rv. 193650). E’ stato, in
particolare, evidenziato che è lo stesso tenore letterale dell’art. 163 c.p., che, nel far riferimento alla
sospensione dell’esecuzione della pena”, individua nell’irrogazione di una pena da eseguirsi il presupposto
dell’istituto, e che l’istanza special-preventiva verso la quale è orientato l’istituto in esame sarebbe frustrata
da una sua applicazione svincolata dall’esecuzione della pena” effettivamente oggetto della sospensione.
Anche tale ultimo motivo risulta, dunque, infondato.
Il ricorso deve, in conclusione, essere integralmente respinto ed il ricorrente condannato al pagamento delle
spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri identificativi, a norma
del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.
Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2016.
Depositato in Cancelleria il 7 aprile 2016

 

 

 

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Rinviato a gennaio 2017 il Processo Amministrativo Telematico (GU n.151 del 30-6-2016)

Con decreto legge 30 giugno 2016, n. 117 e’ stata prorogata fino al 01/01/2017  la sperimentazione del processo amministrativo telematico partita dal 4 aprile e che avrebbe dovuto concludersi il 30 giugno 2016.

Gazzetta Ufficiale n.151 del 30-6-2016 PDF

DECRETO-LEGGE 30 giugno 2016, n. 117
Proroga di termini previsti da disposizioni legislative in materia di processo amministrativo telematico. (GU n.151 del 30-6-2016)
Vigente al: 30-6-2016

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione; Ritenuta la straordinaria necessita’ ed urgenza di provvedere alla proroga di termini di prossima scadenza in materia di avvio a regime del processo amministrativo telematico al fine di garantire il regolare svolgimento del processo amministrativo; Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 30 giugno 2016; Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri; Emana
il seguente decreto-legge:
Art. 1

 

Proroga di termini in materia di processo amministrativo telematico
1. All’articolo 38, comma 1-bis, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, e successive modificazioni, le parole: «dal 1° luglio 2016» sono sostituite dalle seguenti: «dal 1° gennaio 2017». 2. All’articolo 13, comma 1-bis, delle norme di attuazione di cui all’allegato 2 al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, e successive modificazioni, le parole: «fino alla data del 30 giugno 2016» sono sostituite dalle seguenti: «fino alla data del 31 dicembre 2016». Art. 2
Avvio del processo amministrativo telematico
1. Al processo amministrativo telematico di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 16 febbraio 2016, n. 40, e’ dato avvio alla data del 1° gennaio 2017. Art. 3
Entrata in vigore

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara’ presentato alle Camere per la conversione in legge. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Dato a Roma, addi’ 30 giugno 2016

MATTARELLA

Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri

Visto, il Guardasigilli: Orlando

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L’AGCOM chiede di tassare le app di chat come Whatsapp e Messenger

L’Italia sara’ il primo paese a tassare Whatsapp, Messenger e le applicazioni di chat gratuite? #WhatsappTax ?

 Comments L’Italia sara’ il primo paese a tassare Whatsapp, Messenger e le applicazioni di chat gratuite?Questa non sarebbe la solita bufala da social ma è davvero l’incredibile proposta del Garante per le Comunicazioni (Agcom). Lo scopo? “Compensare” gli operatori che comprano e rivendono i numeri di telefono e costruiscono infrastrutture per vendere traffico voce e dati. Direttamente con prelievo dal credito telefonico.

La brillante idea e’ proposta – in qualità di relatore – dall’ex-vicesegretario regionale dei giovani DC veneti Antonio Preto, dal 2012 commissario dell’Autority per le garanzie nelle Comunicazioni.

Il Garante per le Comunicazioni avrebbe quindi rilevato che tutte le applicazioni di messaggistica gratuite, come Whatsapp o Facebook Messenger, viaggiano sulle reti internet costruite dalle società di telecomunicazioni, utilizzando anche i numeri di telefono assegnati ai clienti dalle stesse, il tutto senza pagare ulteriori costi per tale transito, e questo – secondo lui – renderebbe legittimo un ulteriore prelievo dal credito dell’utente.

Il Garante conclude affermando che tali servizi dovrebbero inoltre fornire un call-center italiano per dare modo alle persone di ricevere assistenza in caso di problemi (proprio come dovrebbero fare gli efficienti call center robot dei nostri operatori TLC a pagamento), e che debbano rendere possibile la chiamata gratuita ai numeri di emergenza.

AgCom scrive che le applicazioni (Telegram, Messenger, Viber, la stessa Whatsapp) dovrebbero pagare un canone

Questa operazione – in breve – porterebbe l’Italia a essere l’unico paese al mondo nel quale il cittadino – regolare cliente di operatore TLC al quale ha pagato e paga costantemente canoni e servizi per un numero telefonico – e’ obbligato a pagare ulteriori importi per i servizi fruiti via internet. L’alternativa sarebbe venire isolati dai produttori di app che non hanno voglia di scendere a patti con l’esosita’ record dello stato Italiano. Con tante grazie al Governo Renzi da parte delle “lobbies” delle compagnie telefoniche.

Ma la vera domanda e’: la nostra Autority per le garanzie nelle Comunicazioni, chi garantisce? E chi garantisce i cittadini dall’Authority?

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) è un’autorità italiana di regolazione e garanzia, con sede principale a Napoli e sede secondaria operativa a Roma, istituita con la legge Maccanico, alla quale è affidato il duplice compito di assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare il pluralismo e le libertà fondamentali dei cittadini nel settore delle telecomunicazioni, dell’editoria, dei mezzi di comunicazione di massa e delle poste. (Wiki)

Leggi altro su:

http://www.repubblica.it/economia/2016/06/28/news/agcom_whatsapp_e_le_app_di_messaggistica_paghino_l_uso_della_rete_telefonica_-142965748/

http://www.studiocataldi.it/articoli/22592-whatsapp-si-paghera-col-credito-telefonico.asp

http://www.secoloditalia.it/2016/06/cosi-renzi-ex-burocrate-ue-vogliono-farci-pagare-whatsapp/

(@drc)

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L’ avvocato e’ tra le professioni piu’ colpite dalla crisi. Si parla di “nuovi poveri”

avvocati nuovi poveriSecondo gli ultimi dati statistici sulle professioni piu’ colpite dalla crisi, gli avvocati rischiano di diventare i nuovi poveri

Molti professionisti del diritto dichiarano di aver perso fino al 35% del loro reddito, tra i motivi principali la crisi economica in Italia e gli oneri del sistema previdenziale dopo la riforma introdotta dal Governo Monti.

Molta sfiducia e pessimismo crescente anche tra i giovani aspiranti avvocati, rispetto ai decenni scorsi la “crisi delle vocazioni” e’ sensibile e i numeri degli gli iscritti alla facolta’ di Giurisprudenza e dei praticanti avvocati che si presentano all’esame sono in costante calo.

Guarda il servizio de LA7 – a cura di Egilde Verì – che illustra come mai i “professionisti siano diventati i nuovi proletari”

[Da praticanti.com]

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